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Sconfinare dentro quattro righe

  • Immagine del redattore: Daniele Benussi
    Daniele Benussi
  • 2 giorni fa
  • Tempo di lettura: 8 min

È notte fonda sull'autobus che da Parigi ci riporta a Milano. Per quattro ore ho visto scorrere le viscere francesi, vacche, tenute, mulini a vento e stazioni di servizio piene di camion parcheggiati a riposare, mi sono chiesto di cosa parlino gli alberi raccolti in mucchi fittissimi al centro di una collina sterminata, quanti pensieri in meno avrei avuto se questo viaggio lo avessimo fatto in aereo. Parti, e in un’ora sei già da Starbucks a commentare la qualità dell’atterraggio. Niente noia, puzza, autogrill, pennichelle, borghi sperduti. Ho realizzato che non si riesce quasi più ad avere tempo per vedere le cose, farsi un’idea. Ho creduto ancora una volta di essere fatto per andare, per stare dietro ai finestrini di un mezzo che mi porta via.

Ora che è buio, però, smetto di osservare e mi arriva addosso, in ritardo, il rimbombo dei colpi sul Philippe Chatrier, i boati del pubblico, l’eco dei punteggi scanditi al microfono dai giudici di sedia. Dopo una vita a vederlo in televisione, a immaginarsi il contesto, il Roland Garros è all'improvviso così reale che non riesce subito a far breccia. Stand, negozi, ristoranti: tutto è in fermento e comincia a metà mattina, mentre il caldo inizia a picchiare e la gente, superati i controlli, si rintana sotto cappellini colorati e creme solari. Sui campi qualcuno si scalda in vista del suo incontro, i raccattapalle corrono in giro per il circolo come un esercito, alle boutique boccette di vetro contenenti un pugno di terra rossa del campo centrale. Cerco il prezzo, venti euro. Bienvenue au Roland Garros

Con l’uscita anticipata di Sinner e Djokovic e l’infortunio al polso di Alcaraz, è l’anno degli outsider: tutti i giocatori rimasti nel torneo non hanno mai vinto uno slam. Si respira aria di occasione, e forse per questo ogni giorno capitano partite sopra le quattro ore. Rimonte, crolli e risalite: l’albo d’oro fa fa salivare tutti. 

I primi due set di Cobolli-Svajda volano via in fretta e, dalle ultime file dello stadio ancora mezzo vuoto, la gente sembra muoversi rallentata. Sulle teste di chi è il primo anello troneggia la frase: la vittoria appartiene al più tenace

I nostri posti sono in ultima fila, ma temevamo di vedere peggio, o comunque di non poter cogliere la verticalità delle traiettorie, invece si riesce a distinguere abbastanza bene ogni scelta tattica. Ciò che invece non arriva, quassù, è il fervore dei corpi, l’intensità di uno spostamento e l’esplosività con cui i quadricipiti lavorano energia verso il braccio di chi colpisce. Tutto è come ovattato, il gioco pare telecomandato, e a metà partita decidiamo di migrare verso campi minori, dove la vicinanza restituisce per intero ogni sforzo. 


Anche il giorno dopo esserci stato, sopravvive in me la montagna di sogni e proiezioni tirata su in venticinque anni, fin da quando per la prima volta pensai a quella terra rossa come a un destino possibile. Avevo otto o nove anni, copiavo il servizio a Federer e mi lasciavo forgiare da ciò che vedevo in tele, rubavo lo stile a chi mi sembrava grande. I tecnici, dopo le mie partite, prendevano da parte mio padre tutto sudato per dirgli che avevo talento, mi convocavano a raduni fuori regione in cui mi esibivo contro altri bambini alti come la rete, studiavano il nostro potenziale, scommettevano. Chi arriverà a giocare in stadi come questo? Il presente esisteva ma era un transito, gli occhi di tutti ci passavano attraverso e si immaginavano chi saremmo stati a vent’anni. Mentre alle elementari le maestre ci insegnavano a sillabare, sul campo da tennis eravamo giá dei tavoli da casinó: ognuno puntava il suo mucchietto e noi, su roulette sempre diverse, giravamo come palline. Nel 2005, quando Nadal diciannovenne vinse il suo primo Roland Garros, io avevo undici anni e probabilmente mi trovavo con mio padre in qualche angolo d'Europa a fare un torneo. Lottavo per non deluderlo e regalargli gioie dalle quali intuivo dipendere l'umore delle sue giornate. Dentro camere d'albergo in cui lo ascoltavo russare, nei viaggi in macchina in cui lo sentivo prepararmi a competere oppure gridare e pestare le mani sul volante, nello scambio di sudore durante un abbraccio prima di andare a cena dopo una vittoria, imparavo, partita dopo partita, che esiste un tracciato da cui non si scappa nemmeno con le navicelle. Quando le cose iniziano così presto, quando sono così tanto parte di chi ti ha messo al mondo, è già tardi per scegliere. Il bambino che ero non ha mai pensato di sottrarsi a questa alleanza, e non so neanche oggi di chi fosse il sogno che stavamo vivendo, ma ogni volta ai tornei portavo giá addosso la nostalgia dei miei amici, del paese, di mia madre, della prima compagna di classe a cui riuscivo a scrivere l’amore su un pezzetto di carta. Il mio rapporto ambivalente col tennis è cominciato prima dell’adolescenza: da una parte c'erano la ritualitá, l'imprimersi dei gesti, la familiarità col recinto e le sue quattro righe bianche; dall'altra la sensazione di non essere adatto a primeggiare, il senso di vuoto, il desiderio costante di sconfinare. Col passare degli anni ho capito che quelli come me, gli ambivalenti, nello sport possono fare anche buone cose, ma non toccano nessuna vetta. Gli Agassi sono rari. Dal 2005 sono passati ventun anni, Nadal si è ritirato dopo aver alzato, qui a Parigi, altri tredici trofei e io, ora davanti alla sua statua eretta dietro il campo centrale, devo ancora capire se la mia vita inizia quando entro in un campo da tennis oppure quando esco.


Forse una risposta a questa domanda non esiste, e ciò che chiamo vita inizia quando smetto di pretenderla. 

Così mi abbandono al ritmo dei colpi, scatto foto, prendo appunti mentali, vago tra i campi secondari insieme a mio fratello e, mentre applaudiamo doppisti sudamericani dai cognomi improbabili, leggo nei suoi occhi la mia stessa ambivalenza oggi messa in pausa. Per una decina di ore siamo i bambini che giocavano in cortile con due pezzi di plastica tenuti assieme a far da rete e non gli agonisti logorati dalla routine, gli entusiasti e non i nauseati, chi resta e non chi se ne vuole andare.


Tutto è divisibile per due: ciò che vorremmo non finisse, e il resto.


Sempre sui campi minori giocano anche i giovani del torneo junior, impressionanti per maturità e fisicità, gambe e spalle adulte con visi bambini, servizi sopra i 200 km orari, qualche difetto che sparirà nel giro di un paio d'anni, ancora pochi rituali a scandire lo spazio tra un punto e l'altro. Anche qui, chi primeggia è ossessivo, ha in testa il tennis, spesso abbandona la scuola e viaggia per mesi e mesi fino a non sapere dove si trova. Sono già mezzi pronti per la carriera, ma resiste in loro una genuinità che li porta a sorridere di un punto spettacolare o a incrociare lo sguardo di chi dal pubblico li chiama per nome, e a noi questo piace. Le fidanzate a bordo campo sono ragazze normali, magari conosciute al circolo o alla festa di qualche amico, il coach che li segue spesso è lo stesso che gli ha messo la prima racchettina in mano dieci anni fa. Tra poco verrà la fama, i giri cambieranno e chissà cosa rimarrà, ma oggi, sul campo 13, è bello vederli da due metri di distanza mentre dal Lenglen e dal Chatrier, a intervalli regolari, piovono boati che coprono ogni altro suono per qualche secondo, poi di nuovo silenzio, respiri, impatti, scivolate, fatica, urla dei giudici di linea, due o tre applausi, e di nuovo silenzio.


Impatto, volo, impatto, volo, impatto.


Mi colpí, qualche anno fa, durante una settimana in cui Alberto Castellani mi aveva concesso di assistere ai suoi allenamenti per i ragazzi che preparavano la stagione a venire, vedere la sua cura verso tutto ciò che non è dritto e rovescio. Seduto per terra in uno stanzino del circolo di Calenzano, vicino a Firenze, dava a giovani apparentemente già pronti per il tennis professionistico e in realtà ancora acerbi, come compito, poesie da leggere diverse per ognuno, ore di meditazione, musica da ascoltare e film da vedere. I ragazzi annuivano, si scambiavano sguardi, qualcuno ridacchiava e altri prendevano appunti. Un’altra mezz’ora di visualizzazione a occhi chiusi, e poi tutti in campo a sfacchinare. Sono cresciuto sentendo spesso nominare Castellani dai miei maestri, ma da quel giorno ho capito davvero chi fosse, e cosa avrei voluto essere per i ragazzi che alleno. Io che in quel periodo passavo le mie giornate a chiedermi che nesso ci fosse tra i concerti, la penna e una racchetta, quella mattina ho capito che tutto è uno, che si può sconfinare anche rimanendo con le scarpe dentro la terra rossa, che essere e fare possono venire insieme.


Non sempre ce la faccio. Il campo totalizza, chiede continuità, presenza, fuoco, e spesso, per onorarlo, finisco per non averne al di fuori. Quando succede provo a respirare, resisto consapevole che resistere è inutile, stringo la racchetta più forte, sorrido, e mi dico che la vita è questa: fare in eterno una cosa che ami e che odi. Un po’ come scrivere, e infatti.

C’è stato un tempo in cui ho visto il mondo senza che la pallina gialla interferisse col mio sguardo. Avevo vent’anni e i dottori avevano deciso di farmi smettere di giocare per un periodo medio/lungo. Dopo il trauma iniziale, all’improvviso, ricordo, tutto si era fatto più tiepido, come una sera estiva quando il sole smette di infernare e le ombre si allungano innocue. Avevo iniziato a parlare con i baristi, i postini, le ragazze. Il centro era altrove, per la prima volta al di fuori da un recinto. Stringevo amicizie, andavo a ballare, mi appassionavo a nuova musica, tiravo tardi. Chi mi incontrava per la prima volta in quel periodo non poteva pensare che fossi uno sportivo e, se non sto attento, ci sono momenti in cui rischio di credere che quello sia stato il periodo più bello della mia vita. Quando succede devo tirarmi uno schiaffo, svegliarmi, e ricordarmi del senso di vuoto dopo una notte folle, il modo in cui cercavo la bottiglia, la macchina che sbandava, la brama di tornare su un campo dopo due anni d’astinenza, menare la palla, sudare.

Quando al Roland Garros viene sera il programma prosegue solo negli stadi, gli spalti dei campi minori si svuotano e i manutentori si dedicano a sistemare ogni imperfezione sul terreno di gioco con rituali che si ripetono uguali ogni giorno. Me ne accorgo per caso, tornando con mio fratello al negozietto dove ha comprato un paio di calze per cambiare taglia. Tra poco raggiungiamo gli amici sotto il centrale e a partite finite ce ne andremo da qualche parte a mangiare, coi nasi scottati e le sacche piene di gadget, le braccia tatuate da una scritta love dove la o è una pallina da tennis. L’ora del sole calante è arrivata, e l’ombra degli omini si allunga, passa attraverso le reti e si muove lenta sul campo tirato dalla stuoia. Tra l’eco di un boato e l’altro c’è silenzio, i negozi stampano lo scontrino di fine giornata, e mio fratello conversa in inglese col commesso.


Boato, silenzio, boato, silenzio. 

Presa, rilascio, presa, rilascio.


La trappola per chi fa sport agonistico è dimenticarsi che il mondo è pieno di cose che non sono sport agonistico. Si indossa un paraocchi e si corre, ci si affida al corpo, si smette di guardare fuori, e poi ci si schianta. Prima bianco, poi nero, poi ancora bianco. Niente sfumature, e ci si schianta. Si smette, si ingrassa, si alzano bottiglie, e ci si schianta. Poi si riprende, si colpisce, si suda, si indossa il paraocchi, e ci si schianta.


A volte riesco a raccontare alla terra rossa cosa c’è fuori dal recinto, e lì mi sento intero.

 
 
 

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