Dove Cristo non è sceso
- Daniele Benussi

- 1 giorno fa
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Aggiornamento: 1 giorno fa

Non sono tanti i libri ad aver scavato in me fino a trovare la lingua per dirmi non solo chi sono, ma da dove vengo, di che materia è fatta almeno metà della mia famiglia. Tra questi il primo fu Furore di Steinbeck e poi c'è stato, nell'ultimo mese, Cristo si è fermato a Eboli, di Carlo Levi. L’ho letto sapendo di volermi fermare in Lucania durante il tragitto tra la Puglia e la Calabria, e mentre leggevo é successo che fuori tutto perdeva consistenza. Camminavo a spirale un poʻ dentro la storia e un poʻ dentro di me, mi commuovevo, sorridevo, scavavo, e alla fine mi sentivo in un abisso di parole antiche, dure, simili a quelle dei racconti di una nonna come la mia.
Aliano è in cima a una montagna di argilla sospesa tra due profondi burroni in mezzo alla Basilicata. Ci arrivo percorrendo la strada isolata che da Castelmezzano scavalca l'appennino lucano e scende lungo il corso rinsecchito del torrente Sauro. Ci arrivo col cuore che rimbalza, perché questo mucchio di case bianche è il paese in cui Levi fu condannato a tre anni di confino durante il fascismo, poi diventati dieci mesi per grazia ricevuta dal duce. Dieci mesi. Briciole rispetto a una vita, eppure così densi da cambiargliela per sempre. Qui, tra queste quattro strade, conobbe la "civiltá nera", popolo di un'altra Italia, su cui Cristo non era sceso, ferma nel tempo ed estranea al corso della storia, dimenticata, fatta di povera gente meno che umana, con le mani piene di terra, che se mai sognava sognava non Roma e le sue pretese coloniali ma New York, l'America di Roosevelt, l'unico mondo possibile al di lá di quello conosciuto, fatto di capre e olive, maschere cornute, leggende, morte e stregoneria. Qualcuno partiva, conquistava un pezzetto di nuovo mondo e di lui rimanevano il ricordo e una lettera ogni tanto, qualcun altro tornava e tra una cosa e l'altra finiva per non ripartire piú, magari si sposava e i dollari finiva per appenderli sopra il letto accanto alla madonna di Viggiano.
Da quegli otto mesi di confino Levi trasse il Cristo, scritto pochi anni dopo, mentre si nascondeva dai fasci in una stanza a Firenze, coi contadini di Aliano (Gagliano nel romanzo) impressi nel cuore. Un popolo rassegnato e dignitoso con cui si mise subito in dialogo, ascoltandolo e persino curandolo grazie alle nozioni di medicina apprese in università e mai messe in pratica fin lì.
Quel libro, come scrive lui, divenne "il primo momento di una lunga storia", quella che lo legó eternamente alla questione meridionale e a questa terra contadina in cui, da torinese borghese, finí per farsi seppellire nel 1975, nello stesso punto del cimitero in cui andava a dipingere, dominando con lo sguardo il paese e tutto l'orizzonte sterminato che sorvola i calanchi, i monti di Calabria e arriva al mare invisibile.

Al tramonto mi fermo sulla terrazza di fronte alla casa del confino, solitaria e chiusa a lucchetto. Davanti a me le nuvole tinte di rosa corrono sopra colline rocciose e increspate come carta. È lo stesso panorama del romanzo, coi paesi sparsi in piccole chiazze lontane e la voragine, appena sotto di me, in cui crolló la vecchia chiesetta di Aliano dopo un alluvione agli inizi degli anni 30. Non so cosa ne penserebbe lui, ma mi viene voglia di allenarmi lì, sotto al terrazzo su cui Levi dipingeva e si chiedeva che ne sarebbe stato di sè dopo il confino, parentesi di vita che non gli permise mai più di riconciliarsi con la borghesia e i suoi vizi.
Ho scoperto un mondo nell'andare a cercare i luoghi degli scrittori, dei loro romanzi. Osservando, respirando la stessa aria e sovrapponendo la traiettoria dello sguardo a quella di chi scriveva, mi sembra di leggere una seconda volta, con occhi diversi. Le cose si infilano in me attraverso un altro canale.
Sisina, ad esempio, tenera signora della locanda in cui ceno e passo la notte in una camera al pianterreno. Appena scopre il motivo per cui sono qui, apre un un sorriso gentile e inizia a mostrarmi il suo piccolo regno in cui accoglie e cucina aiutata dalla nuora e dal marito, Luigi, un vecchietto forte e di un'umanita docile come la sua.
Senza farlo apposta, la sala dove si mangia è un mosaico di ricordi legati a Levi e foto di attori, scrittori e artisti venuti qui negli anni a vedere che volto avesse il paese e la gente del romanzo. Uno dei quadri dipinti da Levi, mi racconta Sisina, rappresenta suo padre e la capretta da cui non si separava mai da bambino. Si chiamava Giuseppe e nel romanzo è diventato Giovannino, mi dice. Lei è nata una ventina d'anni più tardi, ma ricorda bene la volta in cui Levi tornó ad Aliano nel '74, due mesi prima di morire.
La sera sono l'unico presente ai tavoli della locanda, e dopo una cena infinita fatta di piatti semplici e parole con Luigi seduto al mio tavolo, vado a cercare Giovannino tra le pagine. Lo trovo verso la fine, nel punto in cui si racconta dei bambini con cui Levi aveva legato, stregati dai suoi dipinti e incuriositi dal suo cane, Barone, così diverso da quelli randagi e polverosi di Aliano.

La casa del confino, l'ultima nella parte bassa del paese prima del burrone che inghiotte tutto, é diventata un museo, ma il paese non è diverso dagli altri di questa parte d'Italia, ferma ancora in un tempo che cambia senza scorrere davvero. Ci sono un paio di bar frequentati da uomini annoiati, una chiesa, due o tre negozi, pochi giovani, un signore arzillo e indemoniato che vaga per le strade con una radiolina accesa pressata sull'orecchio. Chissà l'inverno, penso. Eppure qui va meglio che altrove: grazie al romanzo è nato un festival letterario che ogni estate porta diecimila persone e trasforma Aliano da luogo di eremitaggio a meta turistica. Quattro giorni di fuoco, e poi è di nuovo silenzio, il domani che é quel "crai" del romanzo, un non tempo, senza consistenza e "fatto di vuota pazienza". Mi dicono che quest'anno il festival inizierà a metà agosto, e io sono contento di averlo evitato.
Ieri erano mussolini, l'abissinia, il podestà, la radio. Oggi il capitalismo, la meloni, il sindaco, internet. La globalizzazione appiattisce e allo stesso tempo allarga la forbice, con la differenza che i dannati di oggi non hanno nemmeno il diritto a restare dimenticati. Cristo è arrivato con le macchine, la televisione, facebook. Ora i dannati sanno che la vita é altrove e devono mescolarsi per non soccombere. La fame ha tirato la civiltá nera fuori dall'abisso, l'ha tolta di casa e l'ha messa su un treno o una nave a cercare un nuovo posto dove affondare le radici. Chi l'ha trovato, se è sopravvissuto, ora ha figli e nipoti che per sentirsi a casa, ogni tanto, devono fare la strada inversa, e tornare al paese.







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