Centotrentasei caffè
- Daniele Benussi

- 4 giorni fa
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La statua è lì, davanti alla saracinesca abbassata del Café A Brasileira, al 120 di Rua Garrett. L’avevo vista in qualche fotografia, e adesso la scorgo da lontano, mentre camminiamo brilli verso l’albergo, nel cuore della prima notte che passeremo a Lisbona.
C’è traffico umano in Rua Garrett: viavai di coppie a braccetto, gruppi di studenti in erasmus che bevono e fanno rumore. E poi c’è quel piccolo uomo in bronzo, seduto a un tavolino. Accanto un’altra sedia, sempre in bronzo e vuota, pensata per chi a quell’uomo vuole fare una cosa che in realtà, durante i suoi quarantasette anni e mezzo di vita, non è mai riuscita a nessuno: fargli compagnia.
- Eccolo, - dico.
- Chi? - dice il mio amico.
E nel marasma di infinite potenziali risposte, alla fine scelgo l’unica possibile in quel momento:
- Pessoa.
L’ho conosciuto a ventun anni, Pessoa, grazie alla passione con cui lo raccontava un professore barbuto, esperto di lettere portoghesi. Era uno dei miei primi giorni di università, e la mia esperienza di studente mi aveva insegnato, fin lì, che a scuola le cose sono due: o si ride, o si impara. Con quel professore invece era diverso: ogni sua lezione era costellata di battute, momenti goliardici, ironici e autoironici, che apparentemente spezzavano la serietà di ciò che spiegava, ma che in realtà la completavano e la rendevano fruibile anche a chi, come me, del Portogallo conosceva solo i calciatori.
Pensai, fin da subito, che dovesse esserci un’affinità fra l’approccio di quel professore e il mondo, i mondi, da cui era abitato lo scrittore che stava tentando di raccontarci. Contraddizioni, paradossi, slanci esplosivi e atterraggi miserabili, grida di dolore e rifiuto verso qualsiasi forma di autocommiserazione, ammassi di nuvole nere, ma piene d’aria e altri bianchissimi, ma carichi d’acqua. Uno sterminato ecosistema in cui strappare etichette, negarsi, aprire cerchi senza chiuderli e saper ridere, di sè e di tutto, era qualcosa di assolutamente indispensabile.
“Quale professore, se non uno fatto di una pasta simile a Pessoa, potrebbe raccontarlo così?”, pensavo.
E infatti.
Fernando Pessoa nasce, come scrittore, dopo essere morto come uomo. È il 30 novembre del 1935, quando una cirrosi fulminante se lo porta via. Chi lo conosceva pensò che se ne fosse andato soltanto un impiegato schivo, freddo, fissato col lavoro, l’abitudine e la puntualità, che in vita aveva pubblicato qualche sonetto sparso su riviste poco lette e una raccolta di poesie patriottiche, Mensagem, con cui aveva partecipato a un premio senza vincerlo.
Poi parenti e amici entrarono nel suo appartamento di Campo de Ourique per recuperare i suoi oggetti, e lì trovarono un baule. Lo aprirono e dentro a quel baule scoprirono l’esistenza di centotrentasei uomini di cui c’era tutto: identità, domicilio, professione, convinzioni politiche e religiose, poesie, corrispondenze, tic, sogni e ossessioni. Mancavano solo i corpi, o meglio, il corpo c’era, ma era uno solo, e cioè quello ormai sepolto dell’impiegato Fernando Pessoa, che se n’era appena andato per sempre.
Ventisettemila testi inediti di cui nessuno sapeva niente, scritti da persone di cui nessuno sapeva niente. Solo lui, solo Pessoa, li conosceva. Li ospitava silenziosi dentro di sé durante le sue giornate in ufficio e la sera li faceva parlare, poetare, discutere fra loro, vivere e morire sui fogli. Si scrivevano lettere l’un l’altro, interagivano, ognuno col proprio stile e le proprie credenze, puntualmente messe in dubbio, ribaltate o sbeffeggiate da un altro degli eteronimi. Eteronimi, non pseudonimi, perché a scrivere non era semplicemente lui con un altro nome ma, ogni volta, una delle più di cento persone che aveva capito, sentito, di essere.
Dal 1910 fino alla morte andò così: all’ora del tramonto, l’impiegato si chiudeva la porta di casa alle spalle, e poi tutto aveva modo di accadere. Un sistema, un gioco delle parti costruito con la cura ossessiva di chi non può fare altrimenti, per tradurre in inchiostro la complessità di cui qualsiasi essere umano, a suo modo, è fatto.
A quarant’anni di distanza dal presentimento, ancora acerbo, di Arthur Rimbaud di essere un autre da sé, Pessoa per primo diventò i suoi eteronimi, li diede al mondo, ci dialogò, li vide interferire con la sua stessa vita privata, forse ne rimase ingabbiato. O forse, proprio grazie a loro, guarì dalla solitudine patologica che li aveva originati.
Toccare la sua statua e scoprirla fatta di materia, con un naso, una bocca, un cappello, fare un giro a metà mattina al cafè Martinho de Arcada, in Praça do Comercio, e vedere l’angolo di muro in cui era incastrato il tavolino su cui ogni giorno l’impiegato appoggiava i gomiti un paio d’ore mette a disagio, sì, ma diventa l’unico modo possibile per riportare un briciolo di concretezza al castello di inafferrabilità che Pessoa ha costruito. Anzi, è stato. Un trucco di magia, un ribaltamento dei piani di cui il mio professore, e i centotrentasei uomini che cercava di raccontarci, sarebbero fieri.
E allora mi metto lì anch’io, accanto a quel muro, sollevo la tazzina piena di caffé, e intanto mi chiedo se, almeno quello, avesse lo stesso sapore per tutti loro.







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